Questo blog non rappresenta un beneamato cazzo, in quanto lo dico io. Non può pertanto considerarsi un panino al prosciutto.
giovedì, 28 maggio 2009
Ho passato la vita a pensare che la gente facesse schifo, che l'essere umano, in sè, fosse davvero una merda. Non che fosse proprio odio il mio, ma poco ci mancava. Poi un bel giorno, quando avevo appena iniziato a credere di poter essere io il problema, io, chiuso in me stesso, alienato, capace di vedere soltanto una realtà inventata, distorta, plasmata su di me, ecco che mi accorgo di aver sempre avuto ragione. Come un pugno nello stomaco, vado a sbattere contro un muro di indifferenza, di menefreghismo, di egoismo, di rassegnazione che mi abbatte, mi soffoca, mi sbatte in faccia quello che è. La gente fa schifo. L'essere umano, in sè, è davvero una merda. Non ci manca poco, no, non ci manca un cazzo di niente: il mio è proprio odio.
Al volo, due novità dal mondo del lavoro. Dal mio mondo, del mio lavoro.
La prima, è che abbiamo in azienda come consulente un ex serial killer. Nel vero senso della parola. Serial killer nel senso che il sabato sera, invece di andare in discoteca come tutti i ragazzi per bene, lui ammazzava la gente. Ex nel senso che non lo fa più. Si spera. Capita a tutti di commettere errori in gioventù. Io, ad esempio, mi facevo le canne, guidavo ubriaco e nei giorni di pioggia schizzavo le vecchie con le pozzanghere. Lui, insieme ad un socio, massacrava puttane, gay, tossici e preti. Preferibilmente a martellate o bruciati vivi. Che insomma, per i preti ci potrebbe anche stare. Come diceva Zola, la civiltà non raggiungerà la perfezione finché l'ultima pietra dell'ultima chiesa non sarà caduta sull'ultimo prete, e visto che le pietre non cadono da sole, la perfezione si raggiunge più in fretta, con un paio di colpi di martello. Potrei stare scherzando, ma non sto scherzando. Ludwig. Basta cercare un po' in internet. Comunque sia, come sostengo sempre: ha sbagliato, ha chiesto scusa, a posto così. L'unica cosa che non mi spiego è che tipo di consulenze possa mai fornire un serial killer, pardon, un ex serial killer, ad un'azienda di servizi informatici. Anche se forse una mezza idea ce l'avrei.
E passiamo alla seconda. La crisi arriva anche da noi. Noi, inteso come azienda dove lavora il sottoscritto. La crisi, sì, se per crisi si intende una multinazionale americana - leggi HP, quella che conoscono tutti per i computer e le stampanti - che compra un'altra multinazionale americana - leggi EDS, quella che non conosce un cazzo di nessuno - e per risistemare i bilanci dopo un'acquisizione che a malapena poteva permettersi non ha altro modo che lasciare a casa della povera gente. E' stato bello lavorare con voi, carissime cose, ci si vede in giro, magari. Io, sarò antico e poco originale, lo chiamo capitalismo. Nessun altro motivo se non l'utile, il denaro, i fottutissimi soldi. E vederli, non tutti, molti, troppi, a parte me e altri pochi come me che sarebbero disposti a farsi prendere a manganellate piuttosto che abbassare la testa o girarla da un'altra parte di fronte a questo schifo, vedere i molti che se ne fregano, che dicono tanto non serve a niente, che si sentono sicuri, o che incrociano le dita e sperano tocchi a qualcun altro, vederli mi fa venire una cosa dentro che non è rabbia, non è nervoso, non è vomito, è un po' di tutto questo, insieme alla voglia di lasciar perdere tutto ed andarmene su un altro pianeta. Dopo aver regalato al consulente ex serial killer di cui sopra una motosega nuova fiammante ed una tanica di benzina. Sempre che non ci abbia già pensato l'azienda non in crisi di cui sopra. Magari ho capito male io, non si parla di mobilità ma di immobilità.
Sono incazzato. Nero. A vedere queste pecore che dovrebbero essere qualcosa di simile a me, che sono quasi tali e quali a me, solo un po' più pecore. E c'è gente, c'era gente, che è morta per la libertà degli altri. C'era, perchè adesso è morta. E cosa è rimasto. Noi. Più morti di questa gente morta. Cadaveri trasportati dalla corrente. Un belato. Poi più niente. A parte le mosche che ci ronzano intorno. Venerdì scorso, una settimana fa, sette giorni fa, eravamo in tredici, io più altri dodici. Li ho, ci ho contati. In tredici a vedere la gente morta. Morta non per noi, ma forse un po', un pochino sì. Non vuol dire niente, non c'entra niente con l'incazzato nero che sono. C'entrano i sogni. No, i principi. Non i figli del re, no, quelli lasciamoli ballare nei loro saloni d'oro e diamanti, non li disturbiamo, lasciamoli ballare il loro valzer. Le idee. Le convinzioni. Quello che va bene e quello no. Che non può essere, non deve essere soltanto belare una volta ogni tanto. Sottovoce. Per non farsi sentire. Che se ti sentono le mosche, si incazzano.