Questo blog non rappresenta un beneamato cazzo, in quanto lo dico io. Non può pertanto considerarsi un panino al prosciutto.
mercoledì, 29 aprile 2009
Niente di che. Faccio finta di niente, di niente di che, e faccio come tutti gli altri e mi perdo tra retribuzioni, rimborsi, aliquote, oneri e spese, come se fosse così importante recuparere ics euro e rotti. Mi sono informato: non ci capisco un cazzo del sette e trenta, ma c'è un treno che parte alle sette e quaranta, non ho molto tempo, il traffico è lento nell'ora di punta. Presto, presto.
Io non sono un uomo in giacca e cravatta. E non ho nessuna voglia di diventare un uomo in giacca e cravatta. Ma. So già che qualunque scelta farò, sarà quella sbagliata. E' inutile non credere nel destino, se il destino crede in te. Per seguire la mia strada, devo pagare il pedaggio. Doppia corsia, un solo senso di marcia. Vorrei andare in bicicletta, uscire al primo casello e via, pedalare dove cazzo mi pare, a zigzag, senza giacca e senza cravatta, ma ho paura di non saper pedalare. Le ruote sgonfie. Il campanello stonato.
Vado avanti. Vado sempre avanti. Prendo appunti di quello che mi passa per la testa, prima che passi e non me ne ricordi. Guardo nell'abisso.
Chiunque, uno a caso, sapesse come sto, quello che ho dentro, l'abisso, mi direbbe: fatti vedere da uno bravo. Solo che lo so, e non voglio. Non voglio essere riprogrammato come vuole la gente normale, la gente che cammina per la strada, la gente al supermercato, la gente. Volere quello che vogliono tutti. Vedere, o non vedere, le cose come le vedono tutti. Tutti loro, la gente. Senza pensare. Senza chiedersi perché. O forse. Forse sono io il solo, l'unico, tutti tranne me, penso e ripenso senza riuscire a trovare le risposte. Gli altri, la gente lo sa, sa tutto. La gente ha la soluzione che io, solo io, non trovo. La soluzione a non so più cosa, qualunque essa sia, qualunque cosa comporti, e l'unico che no, la gente sì, il solo che non viene a capo di questa equazione sono io. Difettoso, in un mondo di gente normale. Come se ci fosse, magari c'è, una formula per calcolare cosa sia la normalità, l'anormalità, cosa va bene, cosa non va bene, il giusto, lo sbagliato.
E se mi chiedi sei felice, ti chiedo cosa sia la felicità. E se mi chiedi mi ami, ti chiedo cosa sia l'amore.
Che senso ha, la vita. Se la risposta è nessuno. Che senso ho, io. Se la risposta è nessuno, nessun senso. L'abisso non è parte di me, l'abisso sono io. E niente, niente di niente può riempirlo se non tornare ad essere quello che ero: niente. La differenza tra esistere e non esistere è che quando si esiste si sa, che non si è niente.
Poi, passa tutto. L'abisso è di nuovo là, in fondo, così in fondo che non può vedermi. So che c'è perchè leggo quello che ho scritto, ma quello che ho scritto non mi sembra di essere io. Vado avanti, vado sempre avanti.
Meglio essere folle per proprio conto che saggio con le opinioni altrui.
[F. Nietzche]
E' tutto qui? Magari sono io ad avere una visione limitata del tutto, magari no. E' questo il meglio che avete da proporre? La massima aspirazione di un uomo è lavorare tutta la vita per comprarsi una casa e una macchina che se tutto va bene è più bella della macchina del vicino di casa? E' questo che si intende per vita? O è questo il meglio che fa comodo alla società, a chi sta in alto, ai pochi. Qualcuno la chiamava borghesia, in un tempo e un luogo ormai lontani. Le cose, qui e ora, sono diverse, ma certe parole, solo certe, mi aiutano a pensare. Sogni da due soldi per tutti, e un unico mezzo per raggiungerli: essere schiavi. Servi dei servi. Uguali uno all'altro, senza personalità. Un'unica indipendenza, spaccarsi la schiena per guadagnare, guadagnare per comprare, comprare per essere. Un'unica libertà, quella di un commercio senza freni. Nulla tra uomo e uomo, tranne il nudo interesse, lo spietato pagamento in contanti. E' davvero tutto qui? Non avete altro da offrire? Voi avete i soldi, il capitale, io lavoro per voi. Io avrò i soldi, qualcun altro lavorerà per me. Se tutto funziona solo così, non lo so. Se è giusto che tutto funzioni così, no, non lo accetto. Uomini che in tutto questo vivono su altri uomini. Piramidi. Destinate a non crollare. Perchè a chi sta sotto tutto questo va bene così com'è: le idee dominanti di un'epoca sono sempre state unicamente le idee della classe dominante. Chi sta in cima fa la storia. Ed oggi, qui, centocinquant'anni dopo queste parole, in un altro mondo, non è forse così? Voi ci date i nostri sogni, i nostri ideali, la nostra morale, noi sudiamo per voi. Facciamo andare avanti il mondo così come volete voi. Voi. Voi chi? Non so neanche con chi sto parlando. Ho solo idee ben precise ed idee confuse. Nemmeno un'alternativa. Nemmeno un finale per tutti questi ragionamenti campati per aria. Che se l'avessi, un finale, non sarei qui, ora, a delirare. Avrei dei sogni miei e sarei a vivermeli, invece di essere uno spettro che si aggira per l'Europa.
Indovinello.
Gesù di Nazareth e Giovanni Battista lanciano in aria una moneta.
Il Battista dice testa. Il Nazareno dice croce.
La moneta cade a terra.
Chi ha vinto?
E' da ieri che mi sento come se fossi mestruato. Non esattamente come se mi colassero fluidi caldi e densi tra le gambe e dovessi sistemarmi l'assorbente ogni tre minuti, ma un po' così, sottosopra, in fondo dico così per dire, non ho la fortuna di sapere come ci si senta quando si è mestruati. Il casino di cui ho iniziato a sentire alla radio fin dalla mattina, il terremoto, c'entra poco o niente. Anzi, niente. Mi ha colpito, sorpresa sorpresa, ma insomma. La terra trema, la gente muore. Fa un po' impressione contare cento duecento persone tutte insieme, in quel modo, ma nel tempo che ho impiegato per scrivere queste cinque sei righe altre cento duecento persone sono morte, non tutte insieme, una qua, una là. Un attacco cardiaco, un cesareo sbagliato, un tuffo in una piscina senz'acqua, una puntata di Centrovetrine, sempre cento o duecento sono. Mi dilungo un attimo senza dire niente di preciso, tergiverso, solo per aggiungere un'altra riga, ecco, altri trenta quaranta morti in giro per il mondo. Qual è la differenza? Voi siete morti, io sono vivo. C'è una sola cosa che mi viene da dire davanti alla morte: c'est la vie. La terra gira, la vita va avanti.
Non è questo. Nel fine settimana è venuto fuori che tra poco più di un anno ci si dovrebbe sposare. Come se non lo sapessi già. Solo che. Ci si dovrebbe sposare, e si dovrebbe iniziare, iniziare davvero, a pensare, pianificare, organizzare, decidere, cercare casa. Si dovrebbe. Se entrambi volessimo, volessimo davvero, le stesse cose che vuole lei e che non interessano me. Cioè sposarsi e tutto il resto.
E così si è deciso, ha deciso, che non si dovrebbe fare più niente finchè entrambi, cioè io, non lo si vuole, finchè non sarò io a voler fare le cose che si dovrebbero fare: pensare, organizzare, decidere, basta ma sì ok va bene come vuoi certo cara, prendere la cosa in mano. Io, ah!, che non riesco a prendere in mano nemmeno le mie mestruazioni, in questi giorni. Perchè lo so, lo so che questo aspetto te è una cazzata. Perchè certe donne, certe donne, che tu dici andiamo, loro capiscono ti amo e sei fottuto, entri automaticamente a far parte del pacchetto standard matrimonio/famiglia/figli, certe donne non aspettano, lei non aspetta. E' una finta, una prova, una ruota della fortuna dove non sei tu a girare la ruota, non puoi comprare una vocale e la soluzione è già scritta, devi solo leggerla. Se aspettasse davvero me, ma davvero davvero, tra mille anni sarei ancora nel mio appartamento in affitto, quello senza aria condizionata e con lo scaldabagno che perde, oh, suonano al citofono, chi è? ciao amore, entra, bacio, sei venuta a stirarmi le camicie?, e sarebbe tutto perfetto.
Quanti anni sono che io ed internet ci frequentiamo? Circa un lustro - chiamare lustro cinque anni fa sembrare questi cinque anni almeno sei o sette - da quando ho aperto questo cesso di blog. Quasi una decina forse da quando ho iniziato a sbriciare le prime foto di donne nude, al lavoro. Perchè, si sa, internet è nato esclusivamente per vedere un po' di pelo tra un caffè e l'altro. Tutto il resto è venuto dopo, per riempire gli spazi vuoti tra il caffè e la coniglietta di marzo.
Tutto il resto che malauguratamente comprende i test. Quelle serie infinite di domande - talmente noiose che ognuna delle quali potrebbe benissimo concorrere da sola al festival della noia di Lido di Camaiore e vincere, e talmente inutili che al confronto ti verrebbe voglia di regalare una pistola ad acqua all'ispettore Callaghan - del tipo: come ti chiami, ti chiami così perchè tua nonna amava i gatti, ti piace come ti chiami, ti vorresti chiamare in un altro modo, ti dispiace se ti chiamo Sebastian, quanti hanni hai, quando sei nato, quand'è il tuo compleanno, moltiplica i tuoi anni per due dividi per quattro sottrai il tuo numero di scarpe aggiungi pi greco e il risultato sono le persone a cui devi mandare questo test se non vuoi che il tuo cane diventi idrofobo e ti morda, il tuo codice fiscale, sei vergine, sei leone, hai il cancro, la tua prima volta, la tua seconda volta, la tua terza volta, il posto più strano dove hai mangiato il gelato, preferisci il mare o la salsa tartara, estate o cocacola, carne o salnitro, dolcetto o scherzetto, ami le radici quadrate, ti piacciono i bancomat, pensi che chi ti ha inviato questo test abbia fatto il militare, cosa noti come prima cosa nelle scrivanie, di che colore hai le budella, ti piacerebbe essere scuoiato, sei una persona, se fossi un'altra persona andresti al cinema da solo a vedere il film che hai visto ieri sera in televisione, che musica stai guardando, qual è la tua canzone preferita, qual è il tuo libro preferito, qual è il tuo film preferito?
Mi fanno sempre incazzare queste domande assurde: come se ci fosse qualcuno che ha un solo film preferito, una sola canzone preferita e un solo libro preferito. Tolte le persone che hanno letto un solo libro in tutta la vita, probabilmente il libro di barzellette di Totti, e ce ne sono. O quelle che non hanno mai letto un solo libro in vita loro, e ce ne sono, ma immagino che persone del genere impieghino il loro tempo spalmandosi la nutella sui gomiti piuttosto che cimentarsi con questi test da intellettuali. E tolti i sordi, per quel che riguarda le canzoni, perchè dubito che un sordo possa avere una preferenza tra la canzone del sole e sympathy for the devil, se l'unico modo che ha per ascoltarle è farsele tamburellare sulla testa.
O forse, sono io che sono un indeciso, un farfallone e non riesco a fare una cazzo di top ten tra tutti i libri che ho letto, tutte le canzoni che ho ascoltato e tutti i film che ho visto. Ci sono cose che mi piacciono, cose che mi fanno cagare, cose così così e cose mh. Più in là di questo non riesco ad andare, non credo nell'esistenza del film della propria vita, così come non credo nell'esistenza della donna della propria vita. E' nella natura umana. O perlomeno, nella mia natura umana. Ce ne sono troppe; belle, brutte, magre, grasse, more, bionde, bionde sopra e more sotto, simpatiche, antipatiche, intelligenti, ritardate, con due pere così, assi da stiro, culone, porche, verginelle, con i capezzoli pelosi, senza nei, con il secondo dito del piede più lungo dell'alluce, potrei andare avanti all'infinito. E a meno di non diventare una specie di dottor Frankenstein e costruirtela in laboratorio, alla fine scegli la migliore - o la meno peggio, se sei uno di quei tipi che vedono sempre il bicchiere mezzo vuoto, la moglie piena e la botte ubriaca - quella che ha un po' di tutto quello che ti piace e poco di quello che non ti piace et voilà: la cosa che più si avvicina alla tua donna preferita. Perchè, a differenza dei film, dei libri e dei compact disc, non posso tenere tutte le mie donne preferite in casa, in vetrina, che aspettano me, che abbia voglia di una invece che dell'altra o dell'altra o dell'altra ancora. Primo, vivo in un bilocale e non ho abbastanza spazio. Secondo, con un libro non devi parlarci, farti dare il numero di telefono, telefonare, invitarlo a cena, mandare l'sms della buonanotte, ritelefonare, chiedere se gli va di andare a bere qualcosa, andarlo a prendere, sostenerci una conversazione brillante mai noiosa mai troppo bassa mai troppo impegnata e pagare tu da bere, prima di poterlo leggere.
La consapevolezza che un giorno finirò sotto terra. Qualcuno diceva: l'infanzia finisce quando scopri che un giorno morirai. E io non la sopporto più, voglio ammazzarla con le mie mani, una volta per tutte, quella parte di me che è ancora un bambino. Che si sente speciale. L'eletto. Il predestinato. Stronzate. Ma lo sento, lì in fondo, il bel bimbo che fa i capricci, che non accetta la realtà, che non ci vuole credere, che non è vero che la fatina dei denti non esiste. Il bimbo, tirato su dai cattolicidimerda, una parola sola, in un mondo fatto di illusioni. Morire è brutto, ed è ancora più brutto se ti hanno insegnato che non morirai. Che sei di passaggio, che ti aspettano, che sei amato. Non sei un cazzo. E tutti i tuoi bei sogni finiranno quando finirai tu. E prima o poi finirai. E allora, che differenza fa. Tutto, che differenza fa. Cosa importa, questo o quello.